Chemioterapia. Tra durezza e passione. Essere infermiere.

Lavoro in oncologia dal 2013. E’ iniziata così la mia carriera, dopo pochi mesi dalla laurea. Tanti colleghi chiamati dalle graduatorie rifiutano il posto se ciò che gli si offre è un reparto oncologico. Troppo duro, triste, dicono. Quando mi viene chiesto dove lavoro e rispondo “in oncologia” vedo espressioni drammatiche e di dispiacere nei visi dei miei interlocutori, accompagnate da frasi tipo “Oh, mi dispiace, e non puoi chiedere un cambio?” oppure “Ah, miseria. Che brutto posto.” Non vi dico quanto mi facciano arrabbiare queste affermazioni, non cambierei per niente al mondo, i pazienti oncologici sono i migliori con i quali rapportarsi: hanno una visione della vita, un modo di affrontare certe situazioni che il paziente che si sloga una spalla, o con la polmonite per esempio, non possiedono. Per ciò a cui la vita li ha sottoposti riescono a vedere le cose in maniera diversa, dando peso secondo me solo alle cose che davvero hanno importanza. Certo, non sto dicendo che lavorare con i malati di tumore sia una passeggiata, anzi! A volte è tosta portare sulle spalle oltre ai tuoi anche i loro problemi, le loro ansie, e le loro paure; talmente dura da tornare a casa ed avere bisogno di una mezz’ora buona di silenzio assoluto e di distacco anche dai tuoi familiari, per lasciar scivolare il “carico”.

Le chemioterapie, in base ai farmaci utilizzati, possono durare da mezz’ora ad anche 4 o 5 ore a ciclo, con cadenza bi- o trisettimanale. Sono tante ore. Ore che i pazienti trascorrono con te, infermiere. Tutto questo tempo lo passano con noi, non con i medici che purtroppo hanno ritmi di visita molto serrati, ma con noi infermieri, ed è inevitabile che si creino dei legami (e per fortuna direi io, perché è una delle cose che amo del mio lavoro).

In genere la figura del medico li mette in soggezione, e tendono ad esternare meno preoccupazioni, dubbi ed emozioni rispetto a quello che vorrebbero in realtà. Durante la somministrazione della terapia hanno poi modo e tempo di interagire molto di più, di chiedere chiarimenti sul farmaco, su cosa possono o non possono mangiare, sui capelli che cadono oppure che ricrescono ricci come non lo erano mai stati; ma anche molto più tempo per sfogarsi, per piangere ogni tanto quando serve (perché anche questo a volte fa bene).

Entrano in confidenza e ti  raccontano del primo giorno di asilo del nipotino mostrandoti album interi di foto, si chiacchiera insieme del come cuocere il brasato, con dispute di un certo livello sulle tempistiche di cottura, o ancora del metodo migliore per curare le piante (è solo grazie ad un mio paziente che il ciclamino che ho fuori dalla porta d’ingresso è ancora vivo).

Un legame ancor più particolare si crea tra il paziente che si sottopone alla prima chemio della sua vita con l’infermiere che lo segue quel giorno; mi risulta difficile spiegarlo a parole, ma io ricordo  tutti i miei “primi”. Loro ti chiamano “il mio primo infermiere”, quasi fosse una sorta di imprinting. D’altronde è più che normale, sono preoccupati, in ansia per quello che potrebbero provare o sentire durante l’infusione, per quello che succederà a casa, etc. etc., e tu che li segui diventi un riferimento, e lo rimani anche per i cicli successivi.

Elisabetta, per esempio, ha fatto la prima chemio con me e quel giorno era talmente tanto tesa che solo per farla sedere sulla poltrona ho impiegato una buona mezz’ora; e l’altra mezza l’ho passata a tranquillizzarla rispondendo alle domande che le ronzavano in testa; poi siamo riuscite a partire con la terapia, durata 4 ore circa. Abbiamo parlato parecchio. Ho scoperto in seguito che la figlia di Elisabetta, che ha la mia età, era bonariamente gelosa perché la mamma la sera, una volta a casa, non aveva fatto altro che parlare di quello che ci eravamo raccontate in day hospital. Non aveva raccontato tanto della terapia o della giornata in ospedale, ma delle chiacchiere.

Una che invece gelosa lo è tuttora, e sul serio, è Emma, 5 anni, la nipotina di Luciano, anche lui un “primo”. Alla prima terapia Emma volle sapere per filo e per segno dove fosse stato il nonno tutto quel tempo, e lui si giustificò dicendo di aver passato la giornata con l’infermiera Giulia. Emma, tutte le volte che il nonno si reca in ospedale per la terapia, vuole sapere dove và, e cosa fa, e lui risponde che va in ospedale a trovare Giulia. Un giorno Luciano arriva in day hospital dicendomi: “fuori c’è una persona che vuole conoscerti”; esco in sala d’attesa e trovo Emma, che aveva voluto a tutti i costi (un giorno in cui l’asilo era chiuso per il ponte di Carnevale) venire in ospedale per conoscere questa Giulia che le ruba il nonno una volta ogni 2 settimane.

Queste storie solo per dire che la chemio per i pazienti non è solo perdere i capelli, avere la nausea, perdere l’appetito; e per me la chemio non è solo controllare la dose di farmaco, posizionare l’ago, riconoscere da subito le reazioni allergiche durante le infusioni, o gestirle tempestivamente, medicare gli accessi venosi e così via. C’è molto di più, un piccolo grande sistema fatto di relazioni, persone, professionalità sicuramente ma anche condivisione con/tra i pazienti; e sorrisi, tanti tanti sorrisi; e baci, tanti tanti baci. Kiss.

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