La doppia sfida di Marco Nannini, solo nell’Atlantico

di Margherita Pelaschier

“La nostra vita è un’opera d’arte e per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo porci delle sfide difficili da contrastare a distanza ravvicinata. Dobbiamo scegliere obiettivi che siano ben oltre la nostra portata. Standard di eccellenza al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile”

Questo è quanto sostiene Zygmunt Bauman, il famoso sociologo e filosofo polacco nella sua opera “L’arte della vita”.

Marco Nannini, classe 1978, lo sa bene, avendo stravolto una vita avviata verso il successo professionale ed economico per inseguire il suo sogno. Originario di Torino, dopo il liceo si trasferisce in Inghilterra dove si laurea in Economia e Finanza all’Università di York.

Laureato con il massimo dei voti, inizia una brillante carriera nella finanza come Business Analyst e poi come Project Manager. Passa di banca in banca, crescendo di ruolo, di professionalità ed autorità sia in Italia che all’estero. Grazie ad un progetto con la filiale londinese della BNL, nel 2004 ottiene il ruolo di responsabile del Credit e Market Risk Management. Quando la banca subisce un’offerta ostile d’acquisto, Marco prosegue la sua carriera alla Hypovereinsbank, appena acquisita dal gruppo UniCredit.

Ma la grigia City, se da un lato lo stimola a crescere professionalmente, dall’altro non riesce ad appagare il suo spirito desideroso di sfide.

“A Torino dove abitavo in corso Vittorio coltivavo già il desiderio di andare via, di partire per altre destinazioni. Un pensiero che emergeva spontaneo in me anche a Londra, città dinamica e ricca di molte opportunità ma stancante. La vela è sempre stato un mio sogno, fin da quando da piccolo andavo in vacanza con mio padre in Mediterraneo. Nel 2004 con il TFR del mio primo impiego ho comprato un J24 che ho però rivenduto quasi subito cercando una barca con cui fare altura,” racconta Marco Nannini.

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L’inizio dell’avventura: dalla banca all’oceano

L’Inghilterra è comunque patria di una lunga ed indiscussa tradizione nella marineria e nella nautica e Marco Nannini coglie l’opportunità di riavvicinarsi alla vela. I suoi mentori lo trascinano in una sfida che non aveva mai immaginato, offrendogli tutto l’appoggio e gli insegnamenti necessari.

“Nel 2006 ho conosciuto un gruppo di navigatori solitari dell’associazione “Petit Bateau”, fondata da Jerry Freeman, Paul Peggs, Mary Falk e altri. In seguito, l’associazione diventa il prestigioso Solo Offshore Racing Club. Venduto il J 24, poco consono alla navigazione in acque inglesi ho comprato un cruiser racer, il Sigma 36 British Beagle. All’inizio sognavo solo di compiere una traversata atlantica e un giro dei caraibi prima di tornare al mio lavoro nella finanza.”

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La preparazione alla navigazione in solitaria

“Ma quando ho saputo che Petit Bateau organizzava un ciclo di avvicinamento alla Ostar, la famosa transatlantica in solitario, mi sono iscritto. Il programma prevedeva tre anni di allenamenti e regate: parti con la tua prima solitaria di 50 miglia. Poi progredisci con una regata a tappe di 300 miglia, in seguito c’è una prova di 600 miglia. Infine, l’anno prima della Ostar, 1000 miglia da compiere in tre tappe di cui una di 500 miglia.

Nel 2006 mi sono iscritto alla prima regata in solitaria del ciclo compiendo il giro dell’isola di Wight senza tante velleità. Alla premiazione ho conosciuto Jerry Freeman, presidente e mio successivo mentore che alla fine serata mi ha iscritto subito moralmente alla Ostar 2009. I dadi erano tratti e ho accettato la sfida che mi aveva lanciato.”

Nel frattempo, fosche nubi si addensano all’orizzonte e venti in tempesta scuotono il mondo della finanza, è il 2007 l’inizio del Credit Crunch. La crisi offre a Marco nuove opportunità lavorative: diventa guida del team di valutazione del credito strutturato di tutto il gruppo Unicredit.

Nel 2008 con i problemi di Bear Sterns e la caduta di Lehman Brothers la situazione peggiora e lo stress e le lunghe ore di lavoro aumentano. Marco Nannini trova nella vela e nella sua sfida sportiva la motivazione e l’evasione che l’aiuta a continuare.

Il senso di Marco Nannini per la vela

Ma cosa significa andare in barca a vela e navigare in solitario a contatto con un elemento così affascinante come il mare?

“Dello sport della vela mi piace che è tutto nelle tue mani: quando ti allontani da terra la barca è completamente sotto il tuo dominio. Tutte le decisioni spettano a te, senza condizionamenti esterni: sono rari i momenti nella vita in cui si può godere di questo privilegio.

Nella vela più che coraggio serve incoscienza: è una scommessa, una sfida di cui conosci i rischi e li accetti. La bravura sta soprattutto nell’organizzazione dei preparativi e poi serve, come sempre, una discreta dose di fortuna.

Vivere la sfida di navigare in solitario è straordinario e al contrario di ciò che si potrebbe pensare non provo mai un senso di solitudine. Nelle regate c’è un forte senso di comunità e appartenenza con gli altri navigatori, la vicinanza con la natura ci rende più solidali, “umani”. Spesso ti senti più in compagnia in mare che a terra, ad esempio, ad una cena con i colleghi dopo il lavoro.

L’alba è uno dei momenti più belli: il sorgere del sole ti rende felice, sta per nascere un nuovo giorno. Capisci che tutto ha un senso e torni indietro agli elementi della natura, riscoprendo il valore di molte piccole cose che normalmente ci sfuggono.

Ma non tutto è un sogno romantico, quando navighi in solitaria è fondamentale la programmazione di modi e tempi per l’esecuzione del progetto. Prendiamo ad esempio il sonno: sei solo in mezzo al mare, nessuno veglia su di te, devi trovare i momenti giusti per riposare. Per questo devi attendere che ci siano le condizioni favorevoli soprattutto per la barca, quindi devi abituarti ad anteporre le necessità della navigazione.”

Ostar: la sfida sportiva in solitaria attraverso l’Atlantico

La Ostar è la più antica regata transatlantica che si corre ogni quattro anni da Plymouth in Inghilterra a Newport, negli Stati Uniti. La competizione nasce nel 1960, organizzata dal Royal Western Yacht Club e sponsorizzata dal quotidiano inglese The Observer da cui l’acronimo Observer Single-handed Trans-Atlantic Race. Il manifesto recita: “La regata ispirata dalle leggende e fatta dagli eroi” e la sua fama è a buon diritto. I partecipanti delle prime edizioni sono tutti mostri sacri della vela oceanica mondiale come Chichester, Tabarly, Colas, Poupon, i Peyron e altri.

Prima regata transoceanica della storia, si naviga tra il 50° e 40° parallelo nord dovendosi scontrare con venti e correnti contrarie, iceberg e gelo. È una sfida velica degna di questo nome, 3000 miglia (5600 km) nel Nord Atlantico ma chiunque può lanciarsi in quest’avventura. L’unica regola da rispettare col regolamento attuale è che l’imbarcazione sia di lunghezza compresa tra 9,15 e 15,24 metri.

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La prima Ostar di Marco Nannini

Nel 2009, alla XIII edizione della regata, quattro sono gli italiani iscritti: Marco Nannini, Roberto Westermann, Gianfranco Tortolani, Luca Zoccoli. La sfida gira tutta intorno ad un uomo, una barca, il mare.

“Partecipare a questo evento mi ha riempito d’orgoglio: solo una trentina di navigatori italiani hanno tentato e solo una ventina hanno completata la Ostar.

Gli italiani hanno la reputazione di essere i migliori al mondo quando il vento è leggero, forse per l’allenamento unico che il Mediterraneo offre. Comunque, ci facciamo onore in questo sport e in questo tipo di sfide estreme, i velisti e i navigatori sono molto preparati,” commenta Nannini.

“Carozzo, Austoni, Malingri, Manzoli, Fogar, Soldini tutti i grandi nomi della vela italiana sono passati per questo evento così prestigioso. Sicuramente chi ha la passione per la vela in solitaria ad un certo punto si vuole togliere la soddisfazione di fare questa regata.

Da sempre sono rimasto anch’io affascinato dalla Ostar ed ero motivato a partecipare a questa sfida che ha fatto sognare tante persone. Tra i partecipanti ognuno ha una personalità diversa e una motivazione personale per affrontare una prova dura ma straordinaria. È stato interessante conoscere velisti con opinioni differenti che hanno fatto un percorso diverso per arrivare sulla linea di partenza.”

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Un grande successo: primo di categoria

“Come in tutti i progetti che ho affrontato e portato avanti, mi sono preparato per questa competizione a tappe. Ho seguito un programma a lungo termine: non si può pensare di poter fare tutto e subito. Ho impiegato tre anni per prepararmi ad affrontare la Ostar e ho avuto la fortuna di poter contare su persone esperte. Mi hanno consigliato sugli errori da evitare e questo ha rappresentato un indubbio vantaggio nella mia sfida.”

Per schierarsi il 25 maggio 2009 sulla linea di partenza Marco Nannini conta su un team fidato che lo sotituisce sul lavoro. Prende tutte le ferie di un anno in un blocco e affronta una delle prime grandi sfide veliche della sua vita. Il risultato è un grande successo: in meno di ventidue giorni di navigazione raggiunge Newport, primo della sua classe Jester.

Ricordi della prima traversata atlantica in solitario

Numerosi sono gli episodi da ricordare in questa sfida solo nell’immensità dell’oceano, tra onde simili tra loro ma ognuna diversa.

“Il momento più bello della regata è stato sicuramente una lunga corsa di cinquantadue ore sotto spinnaker, volando verso Nantucket”, ricorda Marco Nannini. “Il più brutto è stato l’assenza di vento a tre giorni dalla fine, ho passato mezza giornata fermo senza vento con le vele che sbattevano.”

Un altro episodio impresso nella memoria, oltre all’attraversamento di una zona di iceberg sui banchi di Terranova è stato un incontro speciale.

“Sono uscito in pozzetto e quando ho guardato a babordo ho visto emergere una grossa balena dietro di me. L’ho appena sfiorata, nulla di serio, ma è stata una sensazione strana: non ero solo in mezzo all’oceano. Ho vissuto un’esperienza straordinaria che ricorderò tutta la vita, è stata una sfida incredibile essere lì, superando le mie paure e vincendo le incertezze.”

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L’arrivo: una grande gioia con un velo di tristezza per la conclusione di un sogno

Un momento di grande gioia per qualsiasi sportivo che porta a termine una prova estrema è sicuramente l’arrivo.

“Il mio primo sentimento all’arrivo è stato sicuramente la soddisfazione di avercela fatta e anche in un ottimo tempo, meno di ventidue giorni. Mi sono detto: “Ci siamo il cerchio si chiude” ma finché non ho visto terra quasi non credevo di aver concluso la mia sfida.

La regata ti dà soddisfazioni anche dopo molto tempo che è terminata, non vivi emozioni istantanee come in una finale dei 100 metri. Conservi ricordi che ti porti dentro per sempre, è un appagamento a lungo termine che dona delle sensazioni indelebili. Ho provato però anche un velo di tristezza al pensiero che questo sogno, dopo tre anni di preparativi, era finito, lasciandomi un vuoto.”

Come diceva Sergio Bambaren nel romanzo “Il Delfino”: “La scoperta di nuovi mondi non ti porterà solo felicità e saggezza, ma anche tristezza e paura. Come puoi affrontare la felicità, senza sapere cos’è la tristezza; come puoi raggiungere la saggezza, senza affrontare le tue paure? Alla fine, la grande sfida della vita consiste nel superare i nostri limiti, spingendoci verso luoghi in cui mai avremmo immaginato di poter arrivare.“ 

C’è stato anche un episodio divertente all’arrivo a Newport quando Marco Nannini è stato accolto con tutti gli onori.

“Quando ho tagliato il traguardo i gommoni dell’organizzazione mi hanno raggiunto e chiesto di mettere la cerata gialla che risalta meglio nelle fotografie. Mi veniva da ridere, non era proprio la prima cosa che mi veniva in mente dopo tre settimane di regata da solo attraverso l’Atlantico.” Sul valore introspettivo delle navigazioni d’altura potete leggere un approfondimento qui, Marco Nannini, navigatore alla ricerca de significato della vita (autore Margherita Pelaschier)

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La doppia sfida di Marco: personale e sportiva ma anche sociale e benefica

Gli sportivi spesso uniscono alle loro imprese un messaggio sociale: i velisti così fortemente a contatto con la natura conoscono il valore della vita. “Se vivi una vita di finzione non ne vale la pena, a meno che non trovi qualcosa che metta in crisi la tua realtà. Per me la sfida è rappresentata dal navigare nell’oceano, dove tutto è davvero questione di vita o di morte”, diceva Morgan Freeman.

Anche Marco Nannini dal 2005 quando si cimentava in una regata importante promuoveva una causa a cui si sentiva particolarmente legato.

“Non ho avuto uno sponsor a sostenermi in regata, la barca è stata acquistata, sistemata e preparata interamente con i miei fondi. Invece, mi sono impegnato a raccogliere donazioni per l’Institute of Cancer Research, associando una sfida sportiva ad una sociale”, ricorda Marco Nannini. “Alla fine della Ostar avevo raccolto con la mia campagna di sensibilizzazione 60.000 sterline, ne sono orgoglioso e ringrazio chi ha donato.”

“Mi ha ispirato Mary Falk, un’amica navigatrice, del gruppo di Petit Bateau, che sconfisse un tumore al seno. Mary è una grande donna e navigatrice, un esempio, quindi ho aderito subito al suo suggerimento riguardo a chi destinare il mio fundraising. Ancora oggi dal 1996, detiene il record di percorrenza della Ostar sulla sua barca di 35 piedi, QII.”

La testimonianza di Mary Falk

“Ero determinata a non permettere al cancro di battermi e la sfida su QII mi ha aiutato a capire che ce la potevo fare. Durante i periodi di chemioterapia e radioterapia e anche in seguito ho superato i momenti più difficili uscendo in mare a navigare. Mi sentivo benissimo e questo mi ha stimolato a continuare a fare vela e competere sulla mia barca”, racconta Mary in un articolo.

Anche la Falk aveva intrapreso una doppia sfida, come Marco, per aiutare anche gli altri, “Raccogliendo fondi per l’Institute of Cancer Research. Cerco così di garantire ad altre persone affette da questa malattia la possibilità di beneficiare del mio lavoro. È bello dimostrare a me stessa e agli altri che c’è ancora una vita ricca di sogni e di sfide dopo il cancro.”

 

Velisti e navigatori, esempi di resilienza

Marco Nannini ha vinto la sua sfida contro le difficoltà, le paure, la fatica e la mancanza di sonno, rivoluzionando la sua vita. Mary attraverso lo sport della vela ha trovato ispirazione e motivazione per superare il difficile periodo della malattia e riorganizzare la sua vita.

Sono dei grandi esempi di coraggio e resilienza, termine molto usato in psicologia ma di cui non sempre si conosce significato e origine. Resilienza indica nella tecnologia dei materiali la capacità di un oggetto di assorbire un urto senza spezzarsi ed è l’opposto di fragilità. Ugualmente nella vita di una persona questa capacità si traduce nell’affrontare positivamente i traumi e le sfide, cogliendo le opportunità positive.

L’etimologia della parola ci riporta al mare: ”Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo resalio”, spiega Pietro Trabucchi, psicologo in “Resisto dunque sono”. “Indicava il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da qui.”

La passione per la vela e il mare: il giro del mondo e la scuola vela

Marco Nannini dopo quella memorabile sfida alla Ostar ha continuato a navigare, ha scelto il mare ed accantonato il lavoro in banca. Nel 2011/12 ha compiuto un giro del mondo a tappe, la Global Ocean Race: 32000 miglia sul Class 40’ Mowgli. In 158 giorni ha circumnavigato il globo e conquistato il secondo posto: “È stata una delle sfide più difficili e faticose della mia vita. Ma ora che posso raccontarla sono molto fiero di essere arrivato in fondo e di aver raggiunto e conquistato il mio sogno.”

Nel 2013 gli viene conferita la medaglia al valore del Presidente del Senato della Repubblica Italiana per i meriti raggiunti durante la Global Ocean Race.

Pronto a trasmettere anche ad altri la sua passione e le sue conoscenze fonda la scuola di vela CIVA – Centro Italiano Vela d’Altura da cui poi è nato un progetto di più ampio respiro nella nautica, il sito Barca a Vela

“La vita è un sogno, realizzalo. La vita è una sfida, accettala” 

Madre Teresa di Calcutta

Bibliografia

  • “Dalla banca all’oceano”, di Marco Nannini, Ed. Longanesi, 2015
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